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Il Sudan è sempre più in crisi

Al-Burhan, il traghettatore

Sudan, la crisi non si arresta

Il Sudan sta attraversando una crisi politica che dal dicembre del 2018 è ignorata dai più ed oggi, nonostante l’arresto del presidente Omar al-Bashir, il popolo continua a protestare. Le proteste sono iniziate nel dicembre del 2018, quando il popolo si è ribellato alla decisione del governo di aumentare i prezzi del carburante e del pane, quasi triplicati, da quel momento è quindi iniziata una lotta per la libertà, la pace e la giustizia. Dopo tre decenni di presidenza, Omar al Bashir ha quindi dichiarato lo stato di emergenza nel tentativo di rimanere aggrappato al potere, solo verso la fine di aprile infatti Bashir è stato imprigionato, accusato di numerosi crimini durante gli anni in carica e durante il periodo delle proteste, quando avrebbe incoraggiato atti di violenza sul popolo da parte delle forze dell’ordine. Dopo vari tentativi fallimentari di ristabilizzare il Paese, la giunta militare è salita al potere, dichiarando la necessità di rimanerci per almeno due anni al fine di facilitare una transizione democratica e nominando Al-Burhan come presidente del Consiglio di transizione militare (TMC). Le proteste non sono però finite, forse persino aggravandosi, il popolo teme infatti che questo periodo di instabilità non porti ad una democrazia e vorrebbe che la giunta militare attualmente al potere si dimetta per permettere la formazione di un governo civile. Il 19 aprile i leader delle proteste, attraverso un comunicato effettuato dall’Associazione dei Professionisti Sudanesi, hanno infatti dichiarato di non essere favorevoli alla giunta militare richiedendo la nomina di un consiglio civile. Le violenze sono aumentate in tutto il Paese, il popolo ha creato barricate e, nonostante sia difficile il conteggio, ci sono state vittime e feriti durante i numerosi scontri. Nel frattempo, i negoziati per la transizione democratica che avvenivano tra le forze dell’opposizione e il TMC sono stati sospesi, dopo la decisione presa a favore di un periodo di transizione di tre anni prima di formare un governo civile. La giunta militare ha sospeso i negoziati chiedendo la cessazione delle proteste e della violenza, nonché dello smantellamento delle barricate sulle strade e la cessazione di atti provocatori contro le forze dell’ordine. A livello internazionale le reazioni sono come sempre divise, da un lato Paesi come gli Stati Uniti e l’Unione Europea osservano la situazione con preoccupazione chiedendo alla giunta militare un’azione moderata che porti concretamente ad un governo civile nel più breve tempo, dall’altro ci sono Paesi come la Russia, l’Egitto, l’Arabia Saudita che sono schierati a sostegno della giunta militare formatasi.
Marjlja Bisceglia