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Inter, al limite della follia

Il duo Conte-Marotta ha il carismatico potere di offrire spunti di lavoro…

Antonio Conte e Beppe Marotta Antonio Conte e Beppe Marotta

Inter, al limite della follia

Il duo Conte-Marotta ha il carismatico potere di offrire spunti di lavoro…

di Giovanni Labanca

Battuto in gran rimonta il povero Toro, l’Inter evita che i tre preziosi punti scappino verso la Mole. Sarebbe stata una gran brutta mazzata, a completamento di un’altra convulsa settimana, trascorsa tra velenosi voci di corridoio, rumors vari, prese di posizione contro prese di posizioni.

Il duo Conte-Marotta ha il carismatico potere di offrire spunti di lavoro a tutte le emittenti locali, dalla più grande alla più piccola, che devono dare pur voce ai troppi galli che nel pollaio televisivo pomeridiano e serale non fanno altro che beccarsi. Il fatto che avvenga puntualmente durante la pausa per la Nazionale, rende l’atmosfera pesante quanto mai, perché tutte le antenne sono drizzate dalle parti di viale della Liberazione.

I dirigenti nerazzurri e l’eterno discusso uomo della panchina trovano sempre qualcosa da dirsi, al balcone, come le comare di Spaccanapoli. Non sanno trovare, lontani da orecchie indiscrete, una stanzetta nella mega galattica sede di Porta Nuova, in cui mettere sul tappeto tutti, dico tutti i problemi, le divergenze in termini di contratto e acquisti e uscirne con le ossa rotte, ma con i problemi risolti?  NO, non sono capaci di farlo , per via dei diversi caratteri dei due protagonisti , di cui nessuno vuol cedere il ruolo primario. Conte, una buona volta, fattene una ragione: chi tiene in mano lo scettro è Marotta e tu ne sei un vassallo ben assoldato e quindi destinato ad apparire, almeno, un bravo yesman?

Stasera, come si erano messe le cose, avresti dovuto solo chiamare un taxi per farti portare alla Centrale e rientrare a Torino, secondo anche la diffusa opinione della platea nerazzurra, che le cose le dice e le manda a dire. Un primo tempo inguardabile, undici sparuti nerazzurri messi in campo quasi fossero stati scelti tra i passanti di Porta Garibaldi. Una vergogna ingigantita da Zaza che non sbaglia sotto rete e manda il Biscione sotto la sabbia. Ho l’impressione che i magnifici undici non abbiamo il senso del tempo: giochiamo o siamo ancora ad Appiano? Quasi tutti hanno perso il postale. Il VAR completa l’opera, assegnando un rigore al Toro, che solo la nuova normativa poteva covare e scovare, come, del resto, ha fatto anche per l’Inter nella ripresa.

Conte e Marotta, ne sentirete ancora parlare
Conte e Marotta, ne sentirete ancora parlare

Lo 0-2, per giunta in casa, è pesante e supera in fantasia lo stesso Sisifo, quel furbacchione che Giove aveva condannato a portare un grosso e pesante sasso da terra alla cima del monte. Una volta che la fatica sembrava aver avuto il fine voluto, questo sasso maledetto ripiombava rumorosamente verso valle e vi si sfracellava con gran fragore: Sisifo, rientrato a terra anche lui, lo doveva riportare in vetta, per l’eternità. Bella roba. Ecco, con questa divertente e scolastica immagine mitologica, si apre il secondo tempo di Inter-Torino: tutti ad aspettarsi la caduta nell’Ade del Calcio di una squadra compassata anche se piena di gioielli. Succede, invece che, e qui mi venga a dire qualcuno che i miracoli a Milano non si fanno più, nel giro di tre soli minuti, con cattiveria e classe, i bauscia ribaltano tutto con Sanchez, con doppio Lukaku e Lautaro e vincono per 4-2. Roba da non crederci vedere i fantasmi del primo tempo correre bene, prendere in mano la partita e colpire con tre passaggi il Toro ferito a morte. Fosse continuata la partita, sarebbe finita come quella che l’Olimpia basket, poco distante. Basta così, per favore.

La vittoria, parliamoci chiaro, pone i soliti vecchi problemi.

Perché l’Inter butta via un tempo? Conte, piuttosto che presentarsi alla conferenza stampa post partita con un sorriso che non è accattivante per niente a raccontare di circostanze avverse e soste varie, dovrebbe spiegarcelo una volta per tutte. E’ evidente che ancora più di qualcosa non vada per il verso giusto. In primis, metterei la delicata situazione di Eriksen, oggi manco in panchina. Cosa farne? Perché i giocatori titolari cambiano troppo spesso ruolo? Perché il centro campo, quello che ai miei tempi era centrocampo, non è presidiato dal classico playmaker, sempre reperibile al suo posto? Perché la difesa continua a frequentare i corsi di balletto all’Accademia della Scala? Perché, dopo l’intervallo, anche i somari ridiventano tutti come Roquepin e Ribot? A Conte l’ardua risposta, visto che lo pagano bene per farlo. Risolto questo rebus, si potrà dire che l’Inter sarà diventata vera squadra.

Una nota personale me la dovete concedere: durante la partita, il mio cuore palpitava all’unisono con quello del mio amico Sandro Mazzola, contento prima, ma più contento dopo la partita. In fondo il suo Toro ha ben figurato nel suo stadio e contro la sua squadra, salvo poi crollare.